03/07/06: Le terre dei Benetton non servono neanche regalate
Category: Santa Rosa - Italiano
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L’italiana Benetton donò le terre ai mapuches, ma questi rifiutarono l’offerta.
Il proverbio popolare sull’inopportunità di “guardare in bocca a caval donato” poco importò al Chubut. Il governo di questa regione rifiutò perché improduttivi i 7500 ettari di terra che erano stati donati dal proprietario terriero Luciano Benetton- possidente di quasi un milione di ettari in Patagonia- alla fine dell’anno passato affinché fossero restituiti alle comunità mapuche. Secondo il governo del Chubut, la decisione fu adottata dopo il rapporto dell’INTA che aveva dimostrato “la poca recettività produttiva della terra”.
Le donazioni offerte dal gruppo italiano Benetton attraverso la “Compagnia di Terre del Sud Argentino” hanno sempre avuto come obiettivo quello di porre fine alle dispute sul territorio con il popolo mapuche. L’ultimo conflitto era terminato con una coppia aborigena fatta sgomberare da un terreno di 300 ettari. L’azienda denunciò Antonio Curiñanco e Rosa Nahuelquir nel 2002 per appropriazione illecita e la Giustizia di Esquel ordinò lo sfratto.
Per salvare l’immagine dopo questa azione, nel 2004 Benetton offrì di consegnare alla comunità mapuche 2500 ettari “vicini ad Esquel e di terra buona”, mettendo al sicuro la propria compagnia. Si trattava, secondo l’impresa, di “un contributo concreto oltre che simbolico alla soluzione di una rivalità storica”. Il popolo mapuche aveva una visione diversa: non accettò le terre perchè sosteneva che non si trattava affatto di un atto di filantropia e perchè, diceva, Benetton non poteva regalare ciò che non gli apparteneva.
L’ultima offerta triplicò la precedente e cambiò destinatario. Nel novembre 2005, Benetton offrì 7514 ettari al governo del Chubut. Il proposito dell’impresa era di “rendere concreto un progetto sostenibile a beneficio delle famiglie aborigene della regione”. In un comunicato colmo di buone intenzioni, il proprietario evidenziava: “Abbiamo optato per la politica del possibile, dando un apporto concreto che unisce quantità e qualità. Probabilmente siamo i primi a farlo, però a noi più che occupare questo luogo, quello che interessa è che questa iniziativa sia adottata anche da altri per contribuire alla soluzione di un problema secolare”.
La proprietà donata a mostra di buona volontà si trova nella zona Piedra Parada, a 50 chilometri dalla località Gualjana e a 150 da Esquel. Il terreno era a disposizione della provincia a condizione che fosse destinato allo sviluppo del popolo mapuche i cui componenti, per poter accedere alle terre e poterle lavorare, dovevano elaborare dei progetti produttivi. Secondo la ditta, il terreno “dispone di una fonte di acqua primaria che scorre ad una distanza di 12 chilometri, seguendo il letto del fiume Chubut” ed è “adatto tanto per l’allevamento di bestiame quanto per l’agricoltura”.
Il governo della provincia preferì procedere con cautela e analizzare la faccenda scrupolosamente. Si incaricarono del compito gli ingegneri agronomi dell’Agenzia di Estensione di Esquel dell’Instituto Nacional de Tecnología Agropecuaria (INTA - Istituto Nazionale di Tecnologia Agraria).
Dopo aver esaminato il resoconto dei tecnici, l’opinione dei vari dipartimenti del governo concordò “nella poca recettività produttiva della terra e nella sproporzionata necessità di investimenti per sviluppare in loco un’imprenditoria produttiva duratura nel tempo per più di due famiglie nei parametri produttivi normali e/o abituali della zona”.
Il rapporto dell’INTA presentato al governo di Chubut sui 7514 ettari indica che solo 308 ettari del territorio totale sono pertinenti alla tipologia che corrisponde a valli e mallines (praterie fangose) più e meno umide. Del terreno restante (più del 95%), 3228 ettari sono di detriti alluvionali (conoidi di deiezione), zone piedemontane e canyon; 2030 di pendici erose e superfici rocciose, e 1948 di versanti con morbide pendenze esposte a sudovest, dove “le condizioni climatiche sono più avverse, i venti più forti, le temperature più estreme, la scarsezza d’acqua è maggiore così come la suscettibilità all’erosione che può estendersi in aree di scorrimento idrico”.
Il rapporto mette in risalto che nel latifondo ci sono 285,6 ettari che corrispondono alla valle del fiume Chubut e afferma che “questa superficie è potenzialmente coltivabile se si effettuano
le opere necessarie per renderla irrigabile, per cui si dovrebbe realizzare uno studio dettagliato per determinarne la fattibilità.
Nonostante ciò, si deve tenere in conto che questa area, che in certi punti presenta piani a differenti livelli, può essere soggetta ad inondazioni straordinarie come quelle occorse nel 2004”.
Ad essere in dubbio non sono soltanto le condizioni per la produzione agricola, ma anche quelle per l’allevamento di bestiame. Secondo l’analisi della produzione di foraggio del luogo, la quantità media prodotta è di 126,4 kg all’anno per ettaro, “dei quali si può consumare il 45% per realizzare un uso sostenibile di queste praterie”. Lo studio assicura che, tenendo conto che una unità di bestiame ovino “richiede 333 kg di foraggio per il suo mantenimento” all’anno, sarebbero necessari 5,9 ettari per ogni animale e in tutto lo stabilimento non si potrebbero avere più di 1280 pecore.